ANCHE LE VITTIME HANNO COLPE

“Se eviti di ubriacarti non trovi il lupo” “era vestita in modo provocante” “se l’è cercata” “chissà com’era vestita”  “eh ma se vai a quelle feste” “lo sapeva a cosa andava incontro” “figurati se non sapeva cosa si fa in quei posti”.


Questo si chiama victim blaming conosciuto anche come
colpevolizzazione della vittima o vittimizzazione secondaria. È la pratica per cui si tende a ritenere la vittima di un crimine parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto, che spesso induce la vittima stessa ad auto colpevolizzarsi oppure che tende a mettere chi ha subito violenza in una luce negativa, contestandogli alcuni comportamenti o scelte. É giusto? Io rispondo: assolutamente no. Anche le vittime hanno colpe? Io rispondo: assolutamente no. Assolutamente no perché una persona che commette un’azione di violenza di qualsiasi tipo non deve in nessun caso giustificarsi colpevolizzando la vittima. Che sia uno stupro, una violenza domestica, fisica o psicologica la vittima non ha colpa. Il vestito troppo corto, l’atteggiamento troppo provocante, un drink di troppo, una parola, uno sguardo, un invito, non possono essere la scusante di nessuna violenza perché ognuno deve essere libero di vestirsi come desidera, di dire quello che pensa e di comportarsi nella maniera che vuole e tutto ciò che ho appena elencato non deve, o forse (purtroppo) é meglio dire non dovrebbe essere un pretesto per compiere un atto di violenza.

Proprio per questo ritengo preoccupante il modo in cui i giornali scelgono di raccontare la violenza di genere attraverso una copertura mediatica che comporta ad un uso di termini non corretti che molto spesso nascondono la verità dei fatti e usano approcci differenti e quindi stereotipi che filtrano il linguaggio dei media. Proprio riguardo agli stereotipi ho trovato alcune statistiche di un Report dell’Istat sui ruoli di genere che fanno davvero riflettere sulla visione che hanno le persone di questo argomento: il 24% dei cittadini è convinto che le donne possano provocare una violenza sessuale con il modo di vestire, il 39% che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale «se davvero non lo vuole», il 15% che una donna che è stata stuprata quando era ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia da considerare, almeno in parte, responsabile. Una realtà che mi viene spontaneo definire drammatica anche ritornando al discorso della copertura mediatica. Penso che a tutti sia capitato di leggere un articolo di giornale riguardante la violenza di genere; ovviamente anche a me è successo e non ho potuto non notare che, da una prima lettura, sembra che la figura dell’uomo, che in questo caso è il colpevole, non ci sia. Questo perché sui giornali tendono a scrivere in un carattere più grande o in grassetto le parole come “donna” o evidenziano i comportamenti di quest’ultima, mentre in minuscolo troviamo parole come “marito” “uomo” “colpevole” ”compagno”. 

E’ interessante quindi considerare nel loro insieme i risultati di queste ricerche perché ci si rende conto che alcuni pregiudizi sono ancora piuttosto radicati. Anche se dietro certi termini non c’è un intento discriminatorio, queste scelte lessicali non sono prive di conseguenze, perché i media contribuiscono a plasmare la nostra cultura e quindi, se gli stereotipi persistono e sono efficaci è perché non vengono riconosciuti come tali. 


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